la città del cielo

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La Città del Cielo è fatta da cupole ricoperte di nera pece, di peli e squame come pelle di animali, esseri arcaici che custodiscono i misteri e le storie della città.
La Città del Cielo nasce da un ricordo lontano negli anni, di bambino, quando guardavo dal balcone della casa di mia nonna la città dall'alto, una vista a perdersi su terrazzi e quartieri, su architetture misteriose e giardini nascosti; sotto c'erano i Vergini, Forìa, fino in fondo al Vesuvio, un ricordo ancora vivo legato a quella emozione che ha certamente accompagnato e ispirato questa ricerca fotografica.

Le cupole si compongono in sequenza, in una sorta di grammatica musicale, come un coro di voci di pietra e astrazioni cromatiche che sembrano a volte trasmutino le loro forme architettoniche in sembianze umane.

La ripresa fotografica che ho scelto è stata per quanto possibile ravvicinata e frontale, statica e costruita all'interno del formato quadrato, ciò a rafforzarne la forma e l’evocazione ed a lasciar raccontare indisturbato il soggetto come in un’intervista, come in un ritratto.

Avvolte da crepe simili a cicatrici, le cupole mostrano così le storie del tempo, testimonianze di quel crudele vissuto

che si svolge quotidianamente nella strada sotto di esse, in quella perenne rappresentazione teatrale tra umano e divino che diventa anima e corpo insieme di questa Città del Cielo.

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La mostra fotografica "La Città del Cielo" si è tenuta allo Spazio Kromìa di Napoli dal 27 novembre 2015 al 5 febbraio 2016
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Tra Città e Cielo

Diana Gianquitto

 

Il tatto, il sacro, la carezza. Su una storia e una città. Dalla mano di una spiritualità laica perché cosmica, sacra perché profondamente umana.

Le vibranti parole dell’artista sui suoi scatti si posano tattili e lievi sulle sue visioni e sulla percezione di esse, illuminando immediatamente il senso profondo del suo nuovo percorso visivo, che della archi-tettura prende, lasciando il comando etimologico, solo l’assonante archè: il principio, l’origine. L’archetipo, sotteso al reale, di quella pietrosa pelle e delicata epidermide di cemento, un po’ grembo un po’ seno, madre o sposa, le cui impercettibili variazioni materiche, di dialogo con la luce e cromatiche sono il vero oggetto di studio. Inteso come rassegna fenomenica delle infinite possibili variazioni di un unico Brahman vivente e unificante, letteralmente costruito (in architettura, appunto) dal senso storico per il sacro degli uomini. La sorprendente varietà delle calotte, e delle loro carni, come la sempre rinnovantesi molteplicità dei suoi respiri, del suo prana.

Con un’ineludibile sensibilità - parente solo a una Pittura Pittura fotografica - di ciascuna cupola, ma anche di ciascun cielo, l’artista scopre e svela ogni sottilissima diversità, ma sempre, incredibilmente, riconducendone l’aspetto a una forma di gestaltiana memoria: un’astrazione geometrica quadrata, frontale o quasi, essenziale, di pressoché pari gestione percentuale dello spazio tra architettura e cielo, che porta a modello un modulo che si ripete quasi identico. Ma non per confinare, né organizzare, in claustrofobici e asfittici incasellamenti cerebrali; piuttosto, per concettualizzare e far uscire l’archetipo simbolico, così come il Suprematismo di Malevič poteva far scaturire infinite diadi dinamiche spirituali dal sempre mutevole incontro in un unico perdurante modello di rapporto tra un quadrato nero e un fondo bianco.

La pittura come religione per giungere alla verità essenziale delle cose, e così la fotografia per Viglione. Il modulo, nella sua gestione estetica, non accumula né quindi esautora, ma ritualizza, e quindi tira fuori il significato spirituale di una scelta di sguardo in cui incredibilmente, per una sorta di continuo rovesciamento o inversione tra contenente e contenuto, anche il cielo trascendente, inavvertitamente ma con potenza, si fa a sua volta grembo e contenitore di una cupola immanente, perché come segno penetrativo - almeno al pari di come è essa all’inverso con lui - la lambisce nei bordi e vi entra, entra nel suo spazio visivo, finendo per incorporarla. Come Yin e Yang - richiamati anche dai colori - d’aria e mattoni, giocano a rincorrersi, compenetrarsi, protendersi e trapassare l’uno nell’altra, e viceversa. E, come per

i due principi energetici taoisti, la tensione generativa risiede nel limen, nella sottilissima eppure potentissima linea di contatto e dialogo tra due entità, non nella loro complementarietà, accumulo o giustapposizione. Al pari di ciò che avviene nelle filosofie orientali di cui condivide sensibilità e suggestioni, è proprio nel cogliere l’imperituro mistero della compresenza di attimo/evanescenza e permanenza/archetipo la ricerca della verità per Gigi Viglione. E, così come negli studi sul colore di Paul Klee, il fotografo insegue la diversità di percezione indotta da ogni fenomenica variabile cromatica o luministica delle pelli di pietra applicata a una stessa ontologica, perdurante, forma architettonica, distillando energia e significato dall’incontro tra le due. Catturando fotogrammi statici delle mille effimere, eppure eterne, verità di un’unica anima che abbraccia natura, uomo e storia.

Presentazione

Massimo Velo

 

Vi sono cose insopportabili nella vita di tutti i giorni e ognuno fa quello che può e quello che vuole per rendere l’esistenza migliore o peggiore di quella che potrebbe essere.

Tra tante arti e mestieri, il teatro, ma anche il cinema, la musica classica, ma anche la leggera, la fotografia analogica,

ma anche quella digitale! Hanno sicuramente gli ingredienti per emozionare il pubblico, compresi gli “addetti”.

Incontrai Gigi Viglione una mattina a Spaccanapoli, forse un paio di anni fa. Non ricordo come mi capitò di vedere qualche suo “scatto” eseguito con una compatta digitale, ma mi rammento bene di averlo letteralmente costretto

a vuotare il sacco di una parte cospicua delle sue pensate istantanee digitali e mi resi conto che stavo a tu per tu con

un artista sopraffino.

Ero letteralmente sorpreso dalle belle immagini che mi scorrevano davanti e non mi davo pace che uno così, col suo evidente background di matita e foglio, non dovesse tentare anche col mezzo analogico. Gigi non se lo fece ripetere, perché nel giro di giorni cominciò subito a fotografare anche in negativa bianconero 24x36 e 6x6…un portento!

Lo so che si pensa che voglia elogiare un amico ma che deve dire uno navigato come me? Ne ho piene le scatole

di fotografia che deve essere per forza archeologia industriale, di fotografia che deve essere per forza architettura,

di fotografia che deve essere per forza antropologia spaventosa.

Gigi porta lo sguardo sulle storie, ai più, invisibili. Ci racconta dettagli di luce e di texture ottenuti con uno sguardo fotogrammetrico, dove il paesaggio vive nei particolari che la natura mostra in ogni momento, generosamente, aspettando quelli come Viglione per essere scovati.

Io non voglio aggiungere altro sulla qualità delle fotografie del nostro che ho avuto il piacere di osservare ma vorrei spendere ancora qualche parola per queste Cupole/Cupolone… un’altra storia rispetto ai tentativi che sono stati fatti

da trent’anni a questa parte.

Questi gioielli della città con le sue ferite sopra, sotto e dappertutto, sono l’emblema della bellezza e, l’artista, in questa mostra, le ha volute cogliere dal basso ad una distanza quasi da microscopio e con un cielo nordico. Sembra un sogno questa sequenza di Pietrasante e Cappelle del Tesoro, sembra un sogno raccontato con sapiente ironia: “Guardate che bellezza, lassù in fondo il cielo nordico e qua sotto? Neanche potete immaginare!”.